Bio

Naturalista, botanico, esploratore e divulgatore scientifico

Sono nato a Viareggio il 17 aprile 1971, in via Vittorio Veneto 255, in una casa tutt’altro che comoda: stanze segnate dall’umidità, soffitti precari e secchi sistemati qua e là ogni volta che pioveva. Forse anche da lì è nato il mio modo di guardare il mondo: con curiosità, capacità di adattamento e una certa ostinazione.

La passione per le Scienze Naturali arrivò molto presto. A sei anni ricevetti il mio primo microscopio e da quel momento cominciai a osservare ciò che mi circondava con occhi diversi. Una goccia d’acqua, un insetto, una foglia potevano diventare la porta d’ingresso verso un universo immensamente più grande. Mi affascinavano le piante e i piccoli animali, ma anche la geografia, i popoli, le isole e i viaggi. Tutto ciò che viveva, cambiava, si spostava o custodiva una storia sembrava esercitare su di me un’attrazione irresistibile.

Forse, del resto, le isole le avevo già nel sangue.

Mia madre originaria di Favignana e mia nonna materna di Marettimo; mio nonno materno era originario di Ischia. Mio padre, invece, era nato a Lampedusa, dove vivevano i miei nonni e molti dei miei zii. La geografia familiare della mia infanzia era dunque fatta soprattutto di mare, traversate, approdi e isole.

Favignana e Lampedusa non furono mai per me semplici luoghi di villeggiatura. Erano luoghi di famiglia, nei quali tornavo ogni anno e nei quali affondavano le mie radici. Proprio lì, in quel Mediterraneo luminoso e, per molti aspetti, ancora selvaggio, ebbe inizio una parte fondamentale della mia formazione di naturalista.

Da bambino trascorrevo lunghi periodi a Favignana, nella piccola casa di zia Caterina, anziana e burbera zia di mia madre. Nel quartiere, il Chianu San Giuseppe, era conosciuta per un carattere tutt’altro che accomodante. I bambini sapevano bene che, se un pallone finiva dove non doveva, poteva essere tagliato senza troppi complimenti; e non era raro vederla rincorrere qualche ragazzino brandendo una scopa e accompagnando l’inseguimento con grida poderose.

Vestiva interamente di nero da quando, ancora giovane, aveva perso il marito. Era una di quelle figure che sembrano appartenere a un mondo oggi quasi scomparso: austera, perennemente arrabbiata, temuta dai bambini del quartiere e, a modo suo, indimenticabile.

La sua casa divenne per me uno dei luoghi più importanti delle estati favignanesi.

Sul tetto avevo infatti costruito quello che consideravo il mio primo vero laboratorio di Scienze Naturali. Raggiungerlo non era semplicissimo. Bisognava arrampicarsi lungo una ripida scala di legno e poi infilarsi attraverso una stretta apertura che permetteva di accedere alla copertura della casa, uno di quei tetti tradizionali delle isole che servivano anche a raccogliere e convogliare l’acqua piovana, risorsa preziosissima.

Quel difficile accesso aveva per me un vantaggio non trascurabile.

Zia Caterina era una donna decisamente corpulenta e non era in grado né di affrontare quella scala né, soprattutto, di passare attraverso il piccolo varco che conduceva al tetto. Lassù, quindi, ero praticamente irraggiungibile.

Era il mio regno.

Probabilmente era anche l’unico angolo della casa completamente sottratto alla sua autorità.

Vi portavo tutto ciò che raccoglievo durante le mie esplorazioni lungo la costa e trascorrevo ore a osservare, ordinare e conservare campioni. Mi dedicavo soprattutto alle alghe e alle micro conchiglie, cercando già allora di distinguere forme diverse, riconoscerne le caratteristiche e costruire piccole collezioni.

Così, ogni anno, una piccola parte del Mediterraneo viaggiava con me fino a Viareggio e finiva nella mia stanza, trasformata a sua volta in un laboratorio improvvisato.

Negli anni dell’adolescenza fu soprattutto Lampedusa a diventare la mia seconda casa. Appena terminava la scuola tornavo sull’isola, dove vivevano i nonni e molti zii. Tra tutti ero particolarmente legato a zia Maria e zio Pietro, cugini di mia madre, che mi tenevano quasi sempre con loro.

La loro casa è rimasta uno dei luoghi più vivi della mia memoria. Zia Maria cucinava continuamente e il profumo dei suoi piatti invadeva le stanze, usciva dalle finestre e sembrava arrivare fin quasi al porto.

Ma Lampedusa, per me, significava soprattutto libertà e natura.

È stata la mia prima vera aula di Scienze Naturali.

Il mare, i valloni, le rocce, la macchia mediterranea, gli uccelli migratori, il vento e quella luce così particolare educarono il mio sguardo molto prima dei libri universitari.

Tra i luoghi ai quali ero più legato c’era il vallone di Cala Galera, che conoscevo come le mie tasche. Ne ricordo ancora il profumo delle carrube, gli odori della vegetazione, quello più acre delle alghe e delle piante marine accumulate lungo la costa e, soprattutto, il silenzio.

Era una cala straordinaria che, proprio perché priva di ciò che normalmente cercano i bagnanti, sembrava non interessare quasi a nessuno. Non c’erano comodità né una spiaggia capace di attirare persone. Per molti era probabilmente un luogo marginale, forse perfino insignificante.

Per me era il paradiso.

Potevo trascorrervi ore quasi da solo, tra piante, rocce, insetti, alghe e mare. Osservavo, raccoglievo, confrontavo e cercavo di capire.

La Lampedusa di allora era, però, molto diversa dall’isola conosciuta oggi. Al di fuori della Sicilia il suo nome era legato soprattutto all’episodio dei “celebri” missili lanciati dal colonnello libico Gheddafi, mentre l’attenzione verso l’ambiente era ancora scarsissima. Le coste erano spesso disseminate di sacchi di immondizia, resti di ricci di mare, bucce di cocomero e rifiuti di ogni genere.

La situazione diventava particolarmente evidente a Ferragosto, quando molti lampedusani uscivano in mare con le barche formando vere e proprie carovane. Dopo i pasti non era raro che venisse gettato in acqua di tutto, accompagnando il gesto con una frase che allora sentivo ripetere spesso: u’ mare agghiutti ogni cosa, il mare inghiotte ogni cosa.

Anche il catrame lungo le coste era quasi una presenza abituale. Tornavo spesso a casa con i pantaloncini e la pelle macchiati e dovevo ripulirmi pazientemente con un batuffolo di cotone imbevuto d’olio caldo.

Quella realtà sarebbe cambiata progressivamente negli anni, anche grazie al lavoro di Legambiente e all’impegno di persone come Giusi Nicolini, vittima di varie minacce da parte dei locali che non gradivano che l’isola potesse diventare meta turistica di massa.

Alla fine dell’estate tornavo a Viareggio carico di reperti e di fiale contenenti campioni conservati nell’alcool. Erano davvero altri tempi: sui DC-9 e sugli splendidi MD-80 di Alitalia i controlli erano molto diversi da quelli di oggi e si potevano trasportare con una disinvoltura ormai impensabile alcool puro, strumenti, bisturi e perfino coltelli.

Favignana, del resto, non era certo migliore. Noi bambini facevamo il bagno allo Scalo San Giuseppe, dove arrivavano gli scarichi dell’isola, e non era raro ritrovarci con croste e malattie sulla pelle. A mia madre sembrava importarle poco.

Era un Mediterraneo molto meno protetto di quello che conosciamo oggi, talvolta sporco e maltrattato, ma per un ragazzo curioso era anche un territorio di libertà quasi assoluta.

Non potevo ancora sapere che quella curiosità avrebbe determinato gran parte della mia vita. Ma credo che il naturalista che sarei diventato sia nato anche lì, fra il profumo delle carrube, la salsedine, le alghe, le rocce e il silenzio dei valloni dell’isola di Lampedusa.

Gli anni del Liceo Scientifico furono difficili e, per certi aspetti, persino avvilenti. Durante il triennio trascorso al Barsanti e Matteucci di Viareggio mi trovai a fare i conti con alcuni insegnanti che, almeno per come li vissi allora, rappresentavano quasi l’opposto di ciò che immaginavo dovesse essere un educatore.

Tra tutti mi è rimasto particolarmente impresso il professor Cosimo Forleo, insegnante di filosofia e storia. Non lo ricordo come un professore semplicemente severo o esigente. Il ricordo che ne conservo è quello di una squallida figura che, ai miei occhi di adolescente, appariva profondamente inadeguata al ruolo e spesso inutilmente mortificante nei confronti degli studenti.

Parlava con una fortissima inflessione tarantina e le sue lezioni mi risultavano spesso difficili da seguire. Ma ciò che più mi colpiva era il modo con cui si rapportava a me durante le interrogazioni. Quando decideva di chiamarmi, mi faceva alzare in piedi accanto al banco; appena cominciavo a rispondere, portava indice e medio al naso, voltava il viso dall’altra parte e assumeva un’espressione che io avevo imparato a interpretare molto bene: per me significava che il voto era già deciso prima ancora che avessi potuto parlare.

E quel voto era quasi sempre due.

Alla fine smisi praticamente di studiare filosofia e storia. Arrivai a detestare profondamente entrambe le materie, non tanto per ciò che avrebbero potuto insegnarmi, ma perché avevo finito per associarle a quelle interrogazioni e alla sensazione di essere giudicato in partenza. Soltanto molti anni dopo ho capito quanto possa incidere un insegnante sul rapporto che uno studente costruisce con una disciplina.

Di Forleo conservo anche ricordi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Mi capitava di sentirgli addosso un forte odore di vino e ricordo di averlo visto tirare fuori dalla sua ventiquattrore una piccola fiaschetta. Sono immagini rimaste impresse nella mia memoria di ragazzo e che contribuivano a rendere quel personaggio, ai miei occhi, ancora più assurdo e difficile da comprendere.

Difficile dimenticare anche il professor Terzuoli, che tra gli studenti era soprannominato “il Bozzone”. Le sue prime ore di lezione seguivano talvolta un rituale che a noi ragazzi appariva quasi surreale: si sistemava sulla sedia, apriva Il Giornale, fumava una o due sigarette e lasciava trascorrere così una parte consistente dell’ora. Poi leggeva qualcosa, accennava brevemente alla lezione e la mattinata proseguiva.

Era davvero un’altra scuola e, soprattutto, un’altra epoca.

Poi c’era il professor Tessa, che in seguito sarebbe diventato preside. Lo ricordo come una figura quasi robotica: formale, rigida, distante, apparentemente impermeabile a qualsiasi forma di empatia. Anche con lui avevo la sensazione che tra docente e studente esistesse una barriera difficile da attraversare.

Non racconto questi episodi per trasformare, a distanza di decenni, i miei anni scolastici in un processo ai vecchi insegnanti. Sono ricordi personali, inevitabilmente filtrati dallo sguardo del ragazzo che ero. Ma sarebbe altrettanto falso addolcirli oggi. Quel periodo mi lasciò un’impressione molto negativa della scuola e di alcuni adulti che avrebbero dovuto rappresentarla.

Paradossalmente, proprio quelle esperienze mi avrebbero insegnato qualcosa che avrei compreso pienamente soltanto molti anni dopo, quando sarei diventato io stesso docente: conoscere una materia non basta. Si può possedere un titolo, entrare ogni mattina in un’aula e tuttavia non riuscire a educare nessuno. L’insegnamento passa anche attraverso il rispetto, l’attenzione, la capacità di comprendere chi si ha davanti. E un insegnante può lasciare un segno profondissimo in uno studente, nel bene come nel male.

Per fortuna la mia famiglia si trasferì a Sarzana.

Fu quasi un cambio di atmosfera.

Lì incontrai finalmente insegnanti dei quali conservo un ricordo completamente diverso. Tra questi soprattutto la professoressa Franca Allegranti Vannucchi, docente di italiano, una donna preparata, intelligente e capace di trasmettere molto più di quanto fosse scritto nei programmi scolastici.

Con lei scoprii quanto potesse essere diversa una lezione quando dietro la materia c’era una persona capace di comunicarla. Non era soltanto questione di conoscenze: era il modo di rivolgersi agli studenti, di ascoltarli, di far capire che la cultura poteva essere qualcosa di vivo e non semplicemente una serie di nozioni sulle quali essere giudicati.

Dopo gli anni difficili di Viareggio, incontrare un’insegnante come Franca Vannucchi ebbe per me un valore particolare.

Mi diplomai al Parentucelli e, terminato il liceo, vinsi una borsa di studio all’Università di Pisa.

La scelta del corso di laurea fu quasi inevitabile: Scienze Naturali rappresentava il punto d’incontro di tutto ciò che mi aveva appassionato fin dall’infanzia. 

L’Università di Pisa rappresentò per me anche una forma di rivalsa rispetto ai cupi anni del liceo e mi dette la spinta per andare avanti. Dopo un periodo scolastico nel quale avevo spesso vissuto il rapporto con gli insegnanti come qualcosa di frustrante e mortificante, mi ritrovai improvvisamente in un ambiente completamente diverso, dove la curiosità tornava ad avere valore e lo studio poteva nuovamente essere associato alla scoperta.

Ebbi la fortuna e il privilegio di incontrare docenti come Renzo Nobili, Fabio Garbari, Marcello Brunelli, Marcello Buiatti e molti altri, dai quali ricevetti non soltanto conoscenze, ma soprattutto metodo, rigore e un modo scientifico di interrogare la natura. Per la prima volta dopo anni ebbi nuovamente la sensazione che studiare potesse essere un piacere e che la curiosità, anziché essere mortificata, potesse diventare uno strumento di lavoro.

Fu anche in quegli anni che cominciai a comprendere quanto fosse grande la distanza tra il semplice trasmettere nozioni e il riuscire davvero a formare qualcuno. Alcuni di quei professori avrebbero lasciato un segno duraturo nel mio modo di osservare, ragionare e, molti anni più tardi, anche di insegnare.

Quando arrivò il momento di scegliere la tesi di laurea fui a lungo indeciso. In quel periodo mi affascinavano soprattutto le felci e decisi di scrivere a Rodolfo Pichi Sermolli, uno dei massimi esperti in quell’ambito, docente all’Università di Siena e una delle persone più umili e gentili che abbia incontrato nel mondo accademico.

Un giorno squillò il telefono di casa, a Viareggio.

Il numero era il nostro indimenticabile 31391.

Dall’altra parte della cornetta c’era proprio Pichi Sermolli.

Con la sua potente timbrica, mi incoraggiò a seguire quella strada e arrivò a prospettarmi la possibilità di lavorare in Borneo. Avrei potuto sviluppare il mio percorso botanico con lui e con il professor Fabio Garbari.

Le cose, però, presero una direzione diversa. Prima lavorai per quasi due anni al Museo di Storia Naturale di Calci a togliere crani alle vipere con Marco Zuffi, poi l’incontro casuale e la successiva amicizia con Roberto Marangoni, normalista dell’Istituto di Biofisica del CNR di Pisa, mi condussero verso un altro campo di ricerca.

Conseguii la laurea magistrale  in Scienze Naturali con una tesi sperimentale, sviluppata nell’arco di due anni, sugli effetti della radiazione ultravioletta in modelli di microecosistemi marini. Successivamente proseguii l’attività di ricerca per quasi tre anni come borsista presso l’Istituto di Biofisica del CNR di Pisa.

Furono anni importanti, durante i quali ebbi l’opportunità di lavorare e confrontarmi con ricercatori come Francesco Lenci, Francesco Ghetti, Elena Maserti, Giovanni Checcucci, Roberto Marangoni e Sabina Lucia. Da ciascuno imparai qualcosa e quell’esperienza contribuì in maniera decisiva alla mia formazione scientifica.

A un certo punto, tuttavia, il richiamo del viaggio e della ricerca sul campo divenne più forte della prospettiva di proseguire lungo una carriera accademica.

E a cambiare il corso della mia vita fu soprattutto il Borneo.

Proprio quel Borneo dove, alcuni anni prima, Pichi Sermolli avrebbe voluto mandarmi.

Il mio desiderio di esplorare il Borneo era troppo forte. Sabah Parks, l’ente responsabile della gestione di molte aree protette dello Stato malese di Sabah, mi offrì la possibilità di trascorrere diversi mesi come volontario. Fu un’esperienza decisiva.

Potei conoscere in maniera quasi maniacale gli ecosistemi tropicali del Borneo, viaggiare attraverso la Malesia e approfondirne sul campo la flora e la sua straordinaria biodiversità. Quello che fino ad allora avevo studiato soprattutto attraverso libri, laboratori e università diventava improvvisamente qualcosa da cercare, osservare, toccare e comprendere direttamente nella foresta.

L’esperienza maturata in Malesia mi portò a rapportarmi con l’Ente Turismo Malesia con cui ebbi modo di collaborare e successivamente mi trasferii a Kota Kinabalu per due anni per lavorare professionalmente con il tour operator Insight Borneo, accompagnando centinaia di viaggiatori e appassionati alla scoperta degli ambienti naturali della regione.

Fu soprattutto in quegli anni che la formazione scientifica, il viaggio e l’esplorazione iniziarono a fondersi definitivamente nel mio modo di essere naturalista.

Il lavoro sul campo con il tempo mi mise inoltre in contatto con grandi fotografi e naturalisti come Emanuele Biggi e Francesco Tomasinelli, che mi chiamarono affinché li guidassi nelle foreste malesi alla ricerca di insetti, rettili e anfibi. Da quegli incontri nacquero rapporti che mi portarono successivamente a condividere con loro diverse spedizioni e attività naturalistiche tra la Malesia e il Madagascar.

Da oltre trent’anni viaggio, osservo e racconto la natura.

Ho attraversato numerose regioni delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia, con un interesse particolare per l’area indo-malese, che frequento da molti anni e che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione personale e professionale.

Nei miei viaggi, tuttavia, non cerco soltanto luoghi da raggiungere.

Mi interessano soprattutto le storie biologiche e umane nascoste dietro una pianta, un paesaggio, un’isola o una cultura. Non semplicemente dove andare, dunque, ma cosa osservare, cosa comprendere e che cosa rimane di un luogo quando il viaggio è terminato.

Mi occupo di divulgazione scientifica attraverso libri, articoli, conferenze, mostre e interventi pubblici dedicati soprattutto alla botanica, alle piante straordinarie, alla storia naturale, alle esplorazioni geografiche e al viaggio naturalistico.

Nel corso degli anni ho pubblicato diversi volumi. Tra questi Introduzione alla flora e fauna del Borneo, Sabah & Sarawak, con prefazione dello zoologo Pietro Omodeo, a cui feci visita alcune volte nella sua casa di Siena, e Le intoccabili. Viaggio tra i pericoli vegetali per il naturalista, dedicato ad alcune delle piante più pericolose al tatto e recensito da Fabio Garbari, già professore ordinario dell’Università di Pisa.

Alcune delle mie mostre e dei miei progetti divulgativi sono stati inoltre presentati da studiosi di rilevanza mondiale come il genetista Marcello Buiatti e il fisico Francesco Lenci che inaugurarono la mia mostra sul Borneo nello splendido Palazzo Ruschi a Pisa.

Ho anche curato due capitoli dell’ultima edizione di Nelle foreste di Borneo di Odoardo Beccari.

Confrontarmi con l’opera di uno dei grandi naturalisti ed esploratori italiani ha avuto per me un significato particolare: Beccari aveva percorso e raccontato nell’Ottocento quelle stesse foreste che, più di un secolo dopo, avrebbero avuto un ruolo decisivo anche nella mia vita.

Dal 2018 collaboro con Geo, il programma di Rai 3 condotto da Sveva Sagramola ed Emanuele Biggi, partecipando come esperto scientifico e portando in studio storie di natura, viaggi, piante rare, esplorazioni e curiosità scientifiche.

Nelle conferenze e negli incontri con il pubblico cerco di fare la stessa cosa: raccontare piante, isole, ecosistemi e grandi esploratori mantenendo il rigore scientifico, ma utilizzando un linguaggio capace di raggiungere anche chi non possiede una formazione specialistica.

Nel corso degli anni ho preso parte a numerose spedizioni e attività naturalistiche sul campo e ne ho condotte diverse, rivolte soprattutto all’osservazione della flora, degli ecosistemi tropicali e delle relazioni che uniscono natura, geografia e culture umane.

Sono docente nella scuola secondaria di secondo grado e, su incarico, collaboro anche con Il Tucano Viaggi Ricerca come accompagnatore e guida, soprattutto in itinerari di interesse naturalistico e culturale.

Uno dei progetti ai quali sono maggiormente legato nacque nel 2016 sulla remota isola indonesiana di Halmahera.

Insieme alla famiglia di Lorenzo Borella, collega fiorentino tragicamente scomparso nelle acque malesi durante il lavoro per la sua tesi di dottorato, fondai un’etnoscuola destinata alle comunità Tobelo Dalam, conosciute anche come Togutil, con l’obiettivo di contribuire alla tutela della loro cultura, delle conoscenze tradizionali e del profondo rapporto che le lega alla foresta. Trattandosi di comunità isolate e ostili, essere entrato in connessione con diversi membri fu motivo di grande orgoglio personale.

È stata una delle esperienze umane più importanti del mio percorso e confluita successivamente nel volume Halmahera, nella terra dei Togutil, anch’esso recensito da Fabio Garbari.

Entrare in contatto con una comunità così distante dalla nostra, superare le iniziali diffidenze, costruire nel tempo rapporti di fiducia e cercare di comprendere un modo diverso di abitare e interpretare la foresta mi ha insegnato che la conoscenza della natura non può essere separata dalla conoscenza delle persone che da quella natura dipendono.

Quel progetto rappresentò per me anche un modo concreto di mettere a disposizione, in una regione remota del mondo, qualcosa della formazione scientifica e culturale ricevuta in Italia e all’Università di Pisa: non come un modello da imporre, ma come uno strumento di incontro, conoscenza e rispetto reciproco.

Accanto alla formazione scientifica ho coltivato negli anni anche un interesse per il corpo, il benessere e alcune tradizioni orientali. Presso la ITM – International Training Massage School di Chiang Mai, in Thailandia, ho conseguito diplomi in antica terapia Tok Sen, massaggio sportivo e tissutale profondo, riflessologia plantare e Thai chair massage.

Possono sembrare esperienze lontane dal mio percorso naturalistico, ma appartengono in realtà allo stesso modo di intendere il viaggio.

Conoscere un territorio, per me, non significa soltanto attraversarne gli ambienti naturali. Significa incontrarne la storia, le persone, le tradizioni e i diversi modi attraverso i quali una cultura interpreta il mondo.

Il filo conduttore, in fondo, è sempre stato lo stesso:

osservare.

Osservare una pianta, una mappa antica, un’isola, un animale, una foresta o un paesaggio non come semplici oggetti, ma come parti di una storia vivente.

La natura non è uno sfondo.

È un racconto complesso, fragile e meraviglioso.

Il mio lavoro è provare a comprenderlo e a raccontarlo, rendendolo accessibile, vicino e, quando possibile, indimenticabile.

 

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